BIZZARRERIE
Gioachino Rossini: tra hamburger e note ben condite
Vignetta di Federico Rossini
Quando pensiamo ai grandi compositori dell’Ottocento ce li immaginiamo tutti seri, magri, pallidi, chiusi in una stanza fredda a soffrire per l’arte. Poi però arriva Gioachino Rossini e ti rovina completamente lo stereotipo. Rossini non era il tipo da patimento esistenziale: era uno che amava mangiare, e neanche poco. Anzi, mangiare per lui era una cosa seria, quasi sacra. Una specie di seconda musica.
Rossini era così ghiotto che la sua fama di buongustaio girava per tutta Europa. Frequentava cuochi, parlava di ricette come se fossero partiture e pare che fosse capace di commuoversi davanti a un piatto riuscito bene. Non perché fosse viziato, ma perché vedeva nel cibo la stessa cosa che vedeva nella musica: piacere, equilibrio, sorpresa, ritmo. Non è un caso se diceva che mangiare, amare e cantare fossero i grandi atti dell’opera della vita. Detto da uno che ha scritto alcune delle opere più brillanti della storia, suona quasi come un manifesto.
La cosa divertente è che Rossini viveva la musica come un’esperienza fisica, concreta. Non come qualcosa di distante e intoccabile. Le sue famose crescende sembrano fatte apposta per far venire l’acquolina in bocca: parti tranquillo, poi arriva qualcosa in più, poi ancora, finché sei lì che aspetti l’esplosione finale. Un po’ come quando stai aspettando il morso migliore di un panino gigantesco. Altro che ascetismo: Rossini componeva come uno che si gode le cose.
E se Rossini vivesse oggi? Probabilmente non parlerebbe di tournedos al tartufo, ma di hamburger. Di quelli fatti bene, magari enormi, con ingredienti scelti con cura. Perché il punto non è cosa mangi, ma come la vivi. Un hamburger mangiato con gusto, senza fretta, con gli amici, avrebbe per lui lo stesso valore di un’aria ben riuscita. Sempre meglio di mangiare male e vivere peggio.
A un certo punto Rossini smise persino di scrivere opere, quando era ancora giovane. Molti pensarono a una crisi, a una resa. In realtà lui continuò a creare in un altro modo: cucinando, ospitando, chiacchierando, godendosi il tempo. Come se avesse capito una cosa fondamentale prima di tanti altri: non sei meno artista se smetti di produrre, se scegli di vivere. Anzi, forse è proprio lì che l’arte si ricarica.
Rossini ci lascia una lezione abbastanza controcorrente: non devi per forza soffrire per essere geniale. Puoi amare la musica e allo stesso tempo amare il cibo, la compagnia, la leggerezza. Puoi ascoltare Norma con rispetto assoluto e poi mordere un hamburger senza sensi di colpa. Perché in fondo, se c’è una cosa che Rossini ci insegna, è che il piacere non è un nemico dell’arte. Spesso ne è il motore.
Ron Winsley

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